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Gioco

Il gioco è una cosa seria

“I bambini […] vengono al mondo con la motivazione e la capacità per cominciare a stabilire un’immediata relazione sociale con chi li cura”

[Volkmar et al 1977]

E come avviene questo processo? Attraverso il gioco! Basti pensare che un neonato non è un ricevitore passivo di ciò che accade nell’ambiente, ma interagisce con le figure adulte – primariamente con la madre – in un dialogo alternato e continuo. Il volto, in particolar modo, è l’oggetto che più stimola risposte nel bambino. L’apprendimento, fin dai primi mesi di vita, è attivo: il bambino è interessato a formare ipotesi sul mondo circostante e la conoscenza che si viene a creare, cresce man mano che aumentano le interazioni con oggetti e persone.

Numerose sono le abilità coinvolte nel gioco: cognitive, motorie, verbali, sociali. Attraverso l’attività ludico queste abilità si esprimono e si potenziano. Possiamo definire il gioco il trampolino di lancio per le prime acquisizioni di abilità che risultano fondamentali nel processo evolutivo, per questi motivi il gioco è una cosa serissima!

Proviamo ora ad inserire il gioco in una prospettiva evolutiva, poiché ritengo imprescindibile capire quali sono i prerequisiti che permetteranno al bambino di inserirsi in un contesto sociale ricco e stimolante.

IL NEONATO E L’IMPORTANZA DEL VOLTO

Abbiamo già sottolineato come nei primi mesi di vita il bambino possegga l’innata motivazione a formulare inferenze e predizioni attraverso le informazioni raccolte dal mondo circostante. Da subito è evidente il bisogno umano di comprendere l’ambiente. Questo processo è facilitato se mediato da un’interazione sociale, poichè il neonato attraverso le risposte dell’altro (in particolare, la madre) riceve conferma o disconferma del proprio comportamento (Se il bambino emette i primi suoni e la mamma ride e reagisce con gioia, il bambino è motivato a produrne ancora e ancora…)

Il volto, quindi, in questa prima fase ha un ruolo di estremo rilievo, ecco alcuni dati:

  • 3 mesi: si osserva una prima sensibilità all’attenzione condivisa, cioè la coordinazione dell’attenzione con l’adulto verso un oggetto  o un evento;
  • 4 mesi: sensibilità verso l’orientamento dei volti ed emissione di una risposta differente allo sguardo e alle espressioni emotive;
  • 6-7 mesi: sono state rilevate risposte cerebrali differenti nel momento in cui in neonati vengono esposti ad un volto familiare piuttosto che ad uno sconosciuto. Non solo, inizia una prima discriminazione delle espressioni facciali, con una particolare attivazione cerebrale per le emozioni negative rispetto a quelle positive;
  • 8 mesi: i neonati sembrano già essere capaci di comprendere le azioni degli altri. I bambini sono consapevoli degli schemi azione-effetto che governano il comportamento umano ancor prima di essere in grado di poter compiere le stesse azioni in prima persona.

Trovo affascinante questa prima fase di sviluppo del neonato, perché ci dimostra quanto siamo naturalmente predisposti a selezionare come gratificanti gli stimoli sociali e quanto il cervello del bambino risponda in maniera attiva a quello che può essere definito un percorso di socializzazione.

IL RUOLO DEI GENITORI

Così come il bambino è geneticamente predisposto a iniziare un processo di socializzazione, allo stesso modo mamma e papà hanno un ruolo fondamentale in questo processo di cura e crescita. La mamma, primariamente, in quel dialogo continuo di cui abbiamo già parlato,  inizia a capire il temperamento del bambino, ciò che gradisce e ciò che lo infastidisce. È un flusso continuo di stimoli-risposte: le novità introdotte dalla madre, se gradite verranno accolte con sorrisi e vocalizzi, se fastidiose verranno ignorate o respinte.

Mano a mano che le relazione con l’adulto va avanti, verranno introdotti oggetti da guardare insieme (attenzione condivisa), il bambino inizierà a indicarli e portarli alla mamma, per ricevere un feedback sonoro ed emotivo. Questi continui movimenti, risposte, ricerche sono la base di quel meccanismo più complesso che è il linguaggio.

Il difficile compito di regolare il comportamento del figlio per renderlo socialmente accettabile è una vera e propria fatica destinata ad aumentare con la crescita del bambino. Altro motivo fondamentale per prendersi cura del gioco dei piccoli!

LA MOTIVAZIONE

Una regola di base che ho imparato in questi anni a stretto contatto con il mondo dell’infanzia è che ciò che sembra divertente per me, per un bambino può essere la cosa più noiosa del mondo. Vi lascio immaginare la mia delusione dopo aver pensato e ripensato ad attività che credevo essere perfette, gratificanti e motivanti…ma solo per me!

Da adulti dobbiamo sempre ricordarci che:

  • È motivante ciò che si capisce;
  • È motivante ciò che si è in grado di fare;
  • È motivante ciò che risponde al proprio stile emotivo e percettivo.

Anche la motivazione dell’adulto nel gioco è importante: il gioco rappresenta uno scambio sociale continuo, se non mi piace parte di questo scambio, come posso renderlo motivante?

LO SVILUPPO DEL GIOCO

Passiamo ora ad una parte forse più pratica, ovvero, cosa fa un bambino ad una determinata età, che è forse il motivo per cui avete iniziato a leggere questo articolo. 

18 / 24 mesi – dal gioco motorio al gioco simbolico

Attraverso il gioco il bambino cerca di comprendere se stesso e il mondo esterno. Inizia a compiere gesti e comportamenti che hanno una precisa finalità: muovere, lasciare, riprendere un giocattolo. Il bambino si muove, inizia a camminare, esplora lo spazio. In questa fase, che Piaget definisce del gioco motorio, il bambino sperimenta la possibilità di azione dell’oggetto e prova piacere nello scoprire che ad un suo gesto corrisponde una reazione dell’oggetto: ha scoperto la relazione causa-effetto! Mi viene in mente quest’immagine di un bimbo sul seggiolone, che lancia un gioco per terra, qualcuno glielo raccoglie e lui lo rilancia, più e più volte. Ecco, non ci troviamo di fronte ad un bimbo che si diverte a fare i dispetti, piuttosto è un bimbo che sta sperimentando il concetto di causalità. Eureka!

I giochi principali in questa fase sono contenitori, cesti e scatole per i travasi, torri di cubi da costruire, distruggere, ricostruire e poi distruggere di nuovo, le scatole forate dove inserire degli oggetti. Questi ultimi, sono tutti giochi ripetitivi, attraverso cui il bambino impara che come gli oggetti escono dal campo visivo, ci rientrano. Questa ripetitività è necessaria, permette di acquisire sicurezza, di comprendere e conoscere i meccanismi che governano quel mondo esterno tanto sconosciuto.

Già a 2 anni il bambino passa al gioco simbolico, ovvero la capacità di riprodurre una situazione reale che ha osservato o vissuto. Ad esempio fa finta di cucinare perché lo ha visto fare alla mamma.

3/4 anni – il gioco rappresentativo ed identificativo

Verso i 3 il gioco del bambino è maggiormente inserito in un determinato contesto, il gioco viene rappresentato. In questo modo di giocare il bambino inserisce una narrazione, ovvero la propria comprensione di ciò che ha osservato nell’ambiente. Ad esempio le macchinine vengono utilizzate all’interno di una pista, sono guidate da persone conosciute, si fermano dal benzinaio per fare rifornimento e così via. Tutto ciò per finta, ma con un’accezione realistica stupefacente!

Via via che cresce il gioco diventa identificativo, ovvero un gioco in cui l’attore principale della situazione è il bambino stesso. Attraverso la fantasia, controlla e gestisce la propria realtà, agendo direttamente nel gioco emozioni e sentimenti propri. Non è raro in questa fase sentire i bambini ripetere frasi o riprodurre comportamenti che gli adulti usano verso di lui (“Hai mangiato tutto?” oppure “Hai fatto il bravo a scuola?”). la presenza dell’adulto è sempre meno necessaria, il bambino acquisisce sicurezza e ha sempre più necessità di diventare autonomo.

4/6 anni – gioco creativo

La realtà è ormai sempre più compresa e condivisa, può essere facilmente ricreata nel gioco e si può far finta di essere grandi, sperimentando un’infinità di realtà sociali differenti in cui il bambino apprende e ripropone i comportamenti osservati negli adulti di riferimento. Siamo di fronte ad un vero e proprio processo evolutivo ed educativo! I giochi diventano sempre più ricchi e complessi, si fa finta di essere al supermercato, di prendere il carrello, di andare dalla cassiera, far finta di aver dimenticato il portafogli, si fa finta di chiamare a casa qualcuno per farselo portare e poter pagare la spesa. È di fatto una drammatizzazione della realtà di un’utilità disarmante per la crescita del bambino.

Riprendere le tappe fondamentali dello sviluppo del gioco nella crescita del bambino è importante perché ci fornisce la chiave di lettura adatta a dare importanza a quel che sembra solo…un gioco!

In questo periodo di chiusura forzata in casa a risentirne sono anche i bambini, a cui è stata stravolta la realtà, ma che spesso non hanno gli strumenti per comprendere i motivi di questo repentino cambiamento. Ecco, aver cura del gioco ora è importante quasi quanto portare avanti la didattica. Attraverso il gioco si mantengono vive delle abitudini piacevoli che i bimbi avevano a scuola, oppure si può far finta di impersonare il nonno e la nonna che in questo momento non si possono abbracciare, ma che mancano tanto. Possiamo fare la differenza con 10 minuti di gioco di qualità che rasserenano l’animo del bambino, piuttosto che riempirlo di giocattoli, che seppur belli, se non veicolati da un’interazione sociale rimangono solo pezzi di plastica.

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