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Salute mentale: una “normale” reazione all’emergenza

Quando è scoppiata questa emergenza mi sono subito chiesta come la stessero affrontando i miei colleghi che, in vari servizi e per diverse Cooperative Sociali, lavorano nell’ambito Salute Mentale. Ho pensato, allora, di chiedere loro di rispondere ad alcune domande perché io potessi scrivere un pezzo che raccogliesse le loro impressioni, le loro paure e la quotidianità scombussolata di questo periodo.

Ho cominciato chiedendo loro: cosa significa lavorare con la salute mentale in questo momento?

La prima domanda è forse la più ampia, quella che ricerca informazioni, sensazioni e pensieri. E’ stato interessante osservare come cambia la visione di un fenomeno dalla voce dei protagonisti che ogni giorno lo affrontano e come, in questo momento alcune sensazioni siano le stesse.

In realtà è stato tutto talmente veloce che è stato tutto destabilizzante”, un cambio così repentino che, perfino per dei professionisti abituati a lavorare sulle contingenze e a cambiare tutto in corso d’opera, è stato estremo e in più “significa che anche se non parli di Covid19 c’è sempre, in tutti i discorsi e in tutti gli interventi”, eh sì, ne parlano tutti, continuamente e anche il lavoro educativo è pervaso di questo tema e della sua gestione.

Ma un cambiamento tanto improvviso ha, anche, fornito uno sguardo nuovo sulle cose, sulle persone, sulla quotidianità che mostra una nuova luce anche quando si pensava fosse impensabile a causa delle fatiche, delle cronicità e della ciclicità di alcune difficoltà: “Non l’avrei pensato prima ma in questo momento, con questa emergenza, le persone con le quali lavoriamo stanno tirando fuori delle risorse impensabili”, quasi come se, abituati alla propria fragilità e alla paura quotidianamente, siano più resilienti. Una collega infatti, piacevolmente colpita, mi ha detto: “Paradossalmente quando ci sono delle cose macro tirano fuori delle potenzialità mai viste prima, soprattutto in appartamento, nel quale di solito bisogna sedare discussioni veramente banali, adesso hanno tirato fuori delle risorse incredibili convivendo 24/24 in una casa molto piccola.” In alcuni appartamenti “si stanno riscoprendo quelle forme di solidarietà base. Persone che vanno a fare la spesa per chi non riesce e in cambio qualcuno cucina, oppure si mangia tutti insieme cercando di mantenere le distanze. Se qualcuno è un po’ più in crisi qualcun altro cerca di essere più positivo e spronarlo. Si stanno sviluppando queste forme di controreazione alla costrizione del vivere tutti insieme.” Perché sì, non dimentichiamoci che se è tanto difficile convivere con le persone che abbiamo scelto o con i nostri familiari in questo periodo, possiamo solo immaginare quanta forza ci vuole per stare in ogni momento della giornata con dei coinquilini che qualcun altro ha scelto.

E quando non si è ancora pronti a tirare fuori delle risorse come queste perché si è in un momento differente della propria storia di malattia, allora entrano in campo altre difese: “Molti di loro sono talmente concentrati sulle proprie personali problematiche e ansie, che non vedono altro, quando è successo tutto, quello che preoccupava di più era: – io adesso voglio andare a yoga – oppure – io voglio comprarmi le scarpe.”  

Questa domanda invece è frutto della mia inguaribile curiosità: quali sono le domande che ti vengono fatte più spesso?

Si stanno chiedendo proprio quello che ci chiediamo tutti: “Quando finirà questa situazione?” Ma anche “tu che vieni da fuori hai visto tante persone in giro?” Ma stanno ponendo anche quesiti più profondi e forse più spaventosi proprio perché non sappiamo dare una risposta: “Come sarà dopo? Ci sarà ancora il cinema? Come sarà lo svago?”

Quando si parla di domande non ci sono solo quelle dei nostri utenti ma anche le nostre infatti “Quando è emerso il problema cercavamo di tranquillizzare i pazienti, quando la situazione si è resa ancora più complessa sia per noi che per loro c’è stato un grandissimo punto di domanda, cosa facciamo? Come facciamo? Come fai a tranquillizzarli se poi in realtà il problema è molto più grave? Come fai a tutelare te e a tutelare loro, essendoci fisicamente?”

Prima di raccontarvi come questi professionisti hanno risposto alla domanda – E’ cambiato il tuo lavoro quotidiano da quando è scoppiata l’emergenza? – penso sia necessario spiegare come si svolge il lavoro con la salute mentale negli appartamenti di Residenzialità Leggera (RL). Gli appartamenti dedicati alla Residenzialità Leggera sono inseriti nel contesto sociale urbano, sono rivolti ad utenti con realistiche prospettive di autonomia abitativa ed economica, i quali, solitamente, hanno alle spalle un percorso riabilitativo di salute mentale e hanno recuperato una buona competenza relazionale. L’intervento educativo si configura come un accompagnamento concreto verso l’emancipazione e ha come obiettivo il consolidamento di un progetto personale volto al rientro nel contesto sociale. Le varie RL nel territorio Milanese sono strutturate in maniera differente ma in tutte ci sono degli Educatori Professionali e/o Tecnici della Riabilitazione Psichiatrica che incontrano giornalmente le persone che abitano negli appartamenti al fine di mettere in atto quell’accompagnamento verso l’autonomia.

Quindi torniamo a noi: è cambiato il tuo lavoro quotidiano da quando è scoppiata l’emergenza?  

È cambiato l’assetto, ognuno segue solo  un appartamento per non essere vettore tra gli altri appartamenti. Vengono utilizzati i presidi ma rischiamo comunque di essere vettori del virus.” Una presenza che resta imprescindibile, un lavoro che sarebbe difficile fare esclusivamente al telefono perché “ogni giorno si aspettano quella presenza fisica, hanno bisogno di vederti lì, pur con la mascherina, pur con i guanti, pur stando lontani, vogliono che tu sia presente. Siamo un po’ la garanzia che va tutto bene che ci si deve preoccupare ma tutto sommato va tutto bene se possiamo andare. Siamo un po’ dei garanti della routine, che tutta una serie di cose continueranno ad andare come sono sempre andate, che è un a base sicura per tutti.” Questa situazione ha cambiato, quindi, anche la relazione: “è quasi paradossale, da quando è scoppiata l’emergenza i pazienti ci cercano molto di più e ci troviamo a fare attività di gruppo, che prima sembrava quasi impossibile poter fare, mantenendo, però, la distanza di sicurezza.” Ed è, anche cambiato, lo sguardo, l’attenzione alle piccole cose, “È cambiata l’attenzione che do alle cose della normalità, banalmente la colazione; adesso sono io che porto in appartamento i cornetti la mattina, per portare qualcosa che richiama la normalità di prima”, e anche “il gruppo orto è stato un bel momento di gruppo, a distanza, all’aperto, ma che richiamava ciò che facevamo prima del virus.”

L’attenzione alla normalità delle cose” ecco cosa è cambiato.

In Comunità, naturalmente, non è solo una sensazione l’essere sospesi, in attesa che qualcosa cambi, che si possa, finalmente, tornare alla normalità, “La cosa che ha scombinato molto è la sospensione di tutte le attività esterne e quindi pazienti che facevano l’università della terza età o il tirocinio o yoga si sono ritrovati ad avere tutto interrotto. Quindi è stato quello il grosso cambiamento che abbiamo visto in comunità: L’incertezza, l’immobilità.” Queste sono, in fondo, le preoccupazioni che risuonano in tutti noi e se è così difficile rinunciare alle nostre abitudini, se ci manca così tanto il mondo all’esterno possiamo riflettere su cosa sta accadendo a qualcuno che stava usando quelle attività per recuperare competenze, per uscire finalmente di casa magari dopo un periodo di grave depressione. “Tutta la sospensione, il fatto di stare in questa ansia e in questa preoccupazione. Prima un nostro possibile intervento, era uscire, distrarsi, dedicarsi ad altro. Mentre, invece, adesso essendo tutto globalmente sospeso e bloccato sei portato a dover fare i conti con questa situazione.” E il ruolo dell’Educatore Professionale e del Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica è, adesso, prima di qualsiasi altra cosa, imparare a stare.

Ed infine mi sembrava fondamentale capire come si svolge il lavoro educativo nell’emergenza, quali sono i presidi sanitari utilizzati, perché non dimentichiamo che queste strutture sono le abitazioni degli utenti, non sono delle corsie di ospedale.

Quali sono le accortezze che metti in atto entrando negli appartamenti o in comunità?

Per quanto riguarda gli appartamenti “Abbiamo la mascherina e manteniamo la  distanza di sicurezza. Anche i pazienti si aspettano che le indossiamo anche perché siamo noi che arriviamo da fuori e potenzialmente potremmo portare il virus. Le riunioni di équipe le facciamo via Skype”  ed invece in Comunità “Sono cambiate delle cose perché usiamo le mascherine e in comunità gli operatori mangiano in ufficio. E’ legato al fatto che non puoi mettere la mascherina mentre mangi e quindi finisce lo scopo. E’ una tutela per i pazienti perché noi abbiamo contatto con l’esterno, la famiglia, la spesa, i mezzi pubblici. I pazienti sono dentro adesso. Non vogliamo neanche pensare a cosa succederebbe se capitasse un caso in comunità.”

Questa è una paura costante per tutti gli operatori che in questo momento si muovono per la città per raggiungere le Comunità e gli appartamenti.

Penso sia doveroso ringraziare Andrea, Arianna, Belen, Martina e Rita che mi hanno concesso di utilizzare le loro parole per creare questo articolo e che hanno offerto parte del proprio tempo libero per parlare delle emozioni e delle paure che stanno provando in questo momento.

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