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Il tutor dell’apprendimento

Dopo essermi laureata in educazione professionale presso l’università Statale di Milano, ho intrapreso alcune esperienze lavorative fino a quando una amica, che poi è diventata anche una collega, mi ha suggerito di curiosare il programma di un corso di alta formazione presso l’università dell’Insubria di Varese. Era un corso per diventare tutor dell’apprendimento. Appena laureata non mi sentivo “né carne né pesce”, avevo sete di conoscenza, certamente avevo degli indirizzi di interesse più spiccati di altri, ma non mi sentivo completa, avrei volentieri continuato a studiare, perciò ho colto la proposta positivamente. Era un corso qualificante e mi avrebbe fornito una sorta di specializzazione, quindi l’ho ritenuto valido. D’altronde era pensato proprio per figure educative, perciò mi sono iscritta.

Non mi sono pentita della scelta perché ho ritenuto essere un percorso completo ed esaustivo, condotto da professionisti qualificati. Non nego che questo mi ha portato subito anche del lavoro, perché è indubbio che una figura versatile come la nostra serve, e se, a maggior ragione, essa si specializza in un settore specifico, viene direttamente “fagocitata” dalle richieste. Questo è ciò che mi è successo. Ad oggi svolgo questa attività in libera professione e sono molto soddisfatta della strada che ho intrapreso perché permette di valorizzarmi e di presentare la mia professionalità in modo completo poiché ciò che regge tutte le competenze che ho costruito successivamente alla laurea è sempre l’abilità magistra di saper costruire una relazione educativa con i ragazzi.

BREVE DESCRIZIONE DEI DSA E DELLA DIAGNOSI:

Ma entriamo nello specifico in questo ruolo misconosciuto, che spesso è ricoperto anche da chi di educazione ne sa ben poco. Il tutor dell’apprendimento è esperto di disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) che sempre più frequentemente vengono definiti come una neurodiversità dell’apprendere. Non sono una malattia o una patologia, da essi non si “guarisce”. Hanno un’origine neurobiologica, il soggetto dunque ha un funzionamento cognitivo adeguato però può apprendere con difficoltà e a ritmo più lento dei suoi coetanei poiché alcuni automatismi non si sviluppano durante il percorso scolastico (da qui il nome “specifici” poiché riguardano competenze specifiche quali la lettura, la capacità di scrittura senza errori ortografici, una grafia leggibile ed un uso dello spazio adeguato, la capacità di elaborare numeri e calcoli).

Non mi addentrerei nell’aspetto clinico della faccenda ma continuerei a focalizzarmi invece sul mio ruolo lavorativo. È fondamentale per un tutor, però, saper leggere la diagnosi che altri specialisti fanno, una diagnosi multidisciplinare che coinvolge diverse figure. Dunque, diventa indispensabile sapere lavorare in rete. La diagnosi riporta, se completa e narrativa, gli aspetti deficitari (nel senso stretto del termine ovvero di quei valori al di sotto della media statistica) di alcune funzioni legate non solo all’apprendimento (di cui sopra), ma anche agli aspetti esecutivi (memoria, attenzione, pianificazione ecc) e non per ultimo agli aspetti cognitivi.  Tutte queste informazioni sono necessarie per avere un profilo dell’utente come punto di partenza. Molto spesso succede che ad esse si aggiungono fattori emotivi e/o ambientali che accentuano o migliorano gli aspetti sopradescritti.

In seguito ad una diagnosi e in base all’età del paziente, si sceglie quale intervento proporre. Esso può essere riabilitativo, di potenziamento e/o compensativo. Io mi posiziono tra questi due ultimi aspetti, poiché il precedente è lasciato ad altre figure professionali.

È difficile per me, saper snocciolare tutte le sfumature di responsabilità che ha il mio ruolo perciò cercherò di toccare le principali e di illustrarvi i punti cardine.

IL TUTOR:

Una volta avute le informazioni riguardo al profilo di funzionamento si può partire con il percorso che può essere declinato in più modalità:

  • Affiancamento compiti: il più comune, ovvero affiancare il ragazzo durante l’anno scolastico cercando di insegnargli metodi e strategie per far fronte alle richieste scolastiche;
  • Potenziamento: allenamento di abilità specifiche aumentando la consapevolezza del soggetto;
  • Strumenti compensativi informatici: insegnare l’uso degli strumenti compensativi e la costruzione degli stessi per far fronte alle richieste scolastiche; esistono dei programmi informatici che compensano pienamente le difficoltà dei ragazzi.

Come spesso accade in via generale, la nostra categoria è destinata ad incappare in “ridefinizioni” semplicistiche, e anche io non ne sono esente, dunque non mi stupisco a sentire tali considerazioni: “cosa ci vuole a far fare i compiti a un ragazzino?  E ad insegnare dei programmi al computer? Cosa ci vuole a fare delle schede per esercitarsi?”, ed ecco che vieni confuso per un informatico che a tempo perso fa l’insegnante di ripetizioni (con tutto rispetto per entrambi, ma sono altri lavori). Vi mostrerò che la mission non è così semplice.

Il tutor, a prescindere dal mandato, ha in mente un obiettivo solo: l’autonomia del ragazzo. Questa autonomia non è per tutti raggiungibile con le stesse tempistiche.

IL COMPITO DEL TUTOR:

Il tutor insegna un metodo di studio adeguato, ovvero una cornice dentro la quale svolgere i compiti ma anche strategie di approccio agli stessi che mirano ad eliminare gran parte delle barriere che i ragazzi incontrano. Voi direste: “ma anche a scuola affrontano la questione del metodo, quindi qual è il tuo valore aggiunto?”. Ecco, mi spiace, ma la mia risposta sarà forse ingiusta, ma ciò che ho visto, per la mia esperienza fare a scuola, NON è insegnamento del metodo di studio: non basta elencare il “decalogo delle regole d’oro” per inculcare ai ragazzi il giusto metodo, così come parlare di informazioni importanti, parole chiave, come se bastasse schioccare le dita per individuarle. Non basta, anzi, per alcuni, non serve! Sono certamente tutte informazioni utili ma non possono arrivare dall’alto come un manuale di istruzioni, devono essere sperimentate, giocate.

Abbiamo però saltato una premessa: non tutti hanno lo stesso modo di apprendere, esistono diversi stili di apprendimento (forse sarà da considerare un articolo su questo) perciò, “ca va sans dire”, anche il metodo di studio non è per tutti universale, è un vestito sartoriale che va cucito addosso.  Le strategie che affronto con i ragazzi DSA sono al contrario generalizzabili e utili a tutti i ragazzi, perché son strategie che toccano i diversi stili e non tutti li conoscono o non a tutti gli è stato spiegato il proprio. A scuola nella maggioranza dei casi viene proposto quello classico verbale, ovvero molto legato al testo scritto e ciò esclude molti che invece migliorano le loro prestazioni se alimentano il canale visivo o uditivo. Il tipo di didattica è strettamente connesso con il tipo di apprendimento e ciò ne consegue la qualità dell’apprendimento stesso. Di solito anche gli insegnanti scelgono uno stile di insegnamento che è più congeniale a loro, ma non credo sia il punto di vista corretto, poiché è come se entrassi in un negozio di vestiti e la commessa mi proponesse solo abiti che piacciono a lei. Lo sguardo deve invece andare oltre e mi rendo conto sia uno sforzo importante per l’insegnante perché deve uscire dalla propria zona di confort e sperimentare anch’esso.

Dentro alla parola metodo dunque ci sono tante sfumature che riguardano il “contenitore” (dove studio, dove mi concentro, in che modo posso farlo, come organizzo il lavoro, come lo pianifico, da dove inizio ecc) ma anche il “contenuto” (quali strumenti costruisco, come procedo con questa singola materia, di cosa ho bisogno ecc). Insomma il metodo è un continuo dialogo su se stesso, è frutto di una attenta metacognizione che i ragazzi non sanno affrontare ma vanno guidati fin da piccoli affinchè diventi un processo spontaneo.

AGGIORNIAMO LA LISTA:

  • affiancamento compiti;
  • potenziamento;
  • insegnamento strumenti compensativi informatici;
  • esplorazione del proprio stile di apprendimento e sviluppo del proprio metodo di studio;
  • scoperta del processo metacognitivo che guida le nostre scelte di modo che siano consapevoli.

COMORBILITA’:

Chi approda presso una figura come la mia, non ha solo bisogno di trovare un metodo di studio adatto e solitamente NON HA solo un disturbo specifico dell’apprendimento perché sono più frequenti i casi di comorbilità con altri disturbi sia emotivi che comportamentali. Essi sono frequentissimi e ciascuno influenza il nostro lavoro per cui dobbiamo tenerne conto. Vi cito alcuni di questi: ADHD (deficit di attenzione e iperattività), autismo ad alto funzionamento, Asperger, disturbi del linguaggio, DOP (disturbo oppositivo provocatorio) ecc. Senza contare di tutti gli aspetti emotivi che talvolta nascono secondariamente a questi perché il percorso scolastico diventa sempre più in salita, perciò vissuti di frustrazione, demotivazione fino all’impotenza appresa, sono comuni. È fondamentale per noi conoscere come funziona la motivazione, motore potentissimo per i nostri ragazzi, questa può ribaltare alcune situazioni e alimentare un circolo virtuoso di autostima e fiducia.

Dunque l’elenco delle competenze di un tutor aumenta, poiché uno sguardo generale più ampio nei confronti degli altri disturbi del neurosviluppo deve essere presente e il più possibile competente.

IN SINTESI:

Mi avvio verso la conclusione riprendendo la competenza secondo me necessaria che cambia qualitativamente il nostro approccio e ci rende, in qualche modo, insostituibili: saper instaurare una relazione educativa con l’utente che in questo modo sa di sapersi affidare ad una persona non giudicante che in un patto sincero e onesto saprà costruire con lui un progetto volto al miglioramento delle sue potenzialità.

Il ruolo del tutor dell’apprendimento è anche un ruolo di mediazione tra la scuola, gli specialisti e la famiglia poiché progetta e comunica in un continuo scambio con tutte queste figure. Infatti ciò che faccio non appena ricevo una diagnosi è quella di mettermi in contatto con chi l’ha stilata e successivamente con la scuola, per aprire un dialogo soprattutto con quest’ultima di modo da porci gli stessi obiettivi e andare nella stessa direzione.

Ad oggi oltre all’attività di libera professione di tutoring nel mio studio, lavoro anche come educatrice scolastica in una scuola privata e il mio ruolo è proprio quello di prestare attenzione ai ragazzi più in difficoltà, a prescindere da una diagnosi, e grazie a questa esperienza, la mia visione sul mondo dell’apprendimento è in continuo cambiamento perché nonostante ci troviamo di fronte a una “etichetta” ben specifica essa non è modulata allo stesso modo per tutti perciò la vera sfida è quella di cogliere a partire dai ragazzi le strategie che ciascuno di loro ritiene valida non pensando di stilare una ricetta preconfezionata uguale per tutti. Questa è una sfida che colgo tutti i giorni e che sono certa sia la nostra motivazione perché l’essere umano è unico così come le difficoltà che egli sta vivendo.

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