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L’Educatore Professionale in prevenzione

Il mio interesse per la prevenzione è nato durante il mio percorso universitario, la mia tesi triennale, infatti, si intitolava: L’Educatore Professionale tra incremento del consumo di sostanze stupefacenti e evoluzione della progettazione degli interventi di prevenzione del fenomeno. Ho preso in esame, per scriverla, molti testi sulla storia della prevenzione e la mia esperienza di tirocinio per l’associazione Ala Milano Onlus con la quale ho poi cominciato a collaborare. Non ho, però, smesso di studiare e formarmi perché, spinta dalla curiosità e non lo nego, da parecchia ambizione, sentivo che la mia sete di conoscenza non potesse terminare con ciò che avevo appreso durante la triennale. Ho perciò intrapreso, la Laurea Magistrale in Programmazione e Gestione Delle Politiche e dei Servizi Sociali. Ho continuato, nel frattempo, a lavorare nell’ambito della prevenzione spaziando dalla prevenzione all’abuso di sostanza stupefacenti alla parità e alla violenza di genere, dal bullismo e cyber bullismo alle Malattie Sessualmente Trasmissibili fino ad arrivare all’orientamento scolastico. Quando ho terminato anche il percorso di studi magistrale ho scelto, nuovamente, una tesi sulla prevenzione dal titolo: Presupposti teorici e metodologici della prevenzione alla violenza di genere in età precoce . L’esperienza di prevenzione nelle Scuole Primarie dell’Associazione Ala Milano Onlus. E’ chiaro, quindi, quanto la mia passione per la prevenzione abbia segnato profondamente il modo in cui guardo al mondo dell’educazione.

Penso sia importante, per approfondire il ruolo dell’Educatore Professionale nell’ambito della prevenzione, convenire su cosa sia la prevenzione e su quali siano le riflessioni e gli studi che ci hanno portato alla prevenzione come la conosciamo oggi.

L’interesse per la prevenzione può essere fatto risalire ai movimenti di sanità pubblica del diciannovesimo secolo quando si scoprì che la diffusione delle malattie poteva essere ridotta attraverso azioni sia rivolte ai singoli individui sia all’ambiente. In quel periodo, infatti, si guarda per la prima volta al contesto sociale come possibilefonte di patologia e si comincia, conseguentemente, ad intervenire permodificare le condizioni socio-ambientali con l’obiettivo di tentare di impedire l’insorgenza della malattia. Durante la prima metà del ventesimo secolo anche chi si occupava di salute mentale cominciò ad esplorare l’applicazione del paradigma preventivo ai disturbi mentali considerando l’ambiente, in particolare la disuguaglianza sociale, come uno dei principali fattori per lo sviluppo del disagio mentale.

Uno degli elementi che rafforzò l’idea di utilizzare la prevenzione fu che assicurava che avrebbe raggiunto molte più persone rispetto all’approccio terapeutico individuale; “la prevenzione di eventi dannosi per sé e per la collettività non può che essere considerata cosa utile e necessaria” [Pitch T.], nonostante ciò sono state mosse molte critiche agli interventi di prevenzione perché è sempre stato complesso provarne l’efficacia.

Con il passare degli anni, però, si è riusciti a definire sempre meglio il concetto con metodi di ricerca sempre più sofisticati e strumenti di valutazione rigorosi.

Nel corso degli anni ci sono stati molti tentativi di definire il concetto di prevenzione. Una delle prime proposte di classificazione risale alla Commission on Cronic Illness (1957). “Tale classificazione distingue la prevenzione in primaria, cioè volta a ridurre il numero di nuovi casi di un disturbo (incidenza), secondaria cioè che si pone l’obiettivo di abbassare il tasso di casi di una certa malattia (prevalenza) e terziaria, che intende ridurre i danni che possono derivare come conseguenza di una patologia o la sua cronicizzazione”[ Leone L., Celata C.]

Nel 1987 Gordon propose una nuova classificazione, successivamente adottata dall’Institute of Medicine (1994), basata sulle caratteristiche della popolazione a cui è diretto l’intervento.

  • Prevenzione universale: un intervento considerato desiderabile per tutti gli appartenenti a una data popolazione: per esempio donne incinte, bambini, anziani.
  • Prevenzione selettiva: che si auspica solo quando un individuo fa parte di un sottogruppo di popolazione in cui il rischio di ammalarsi supera la media. Il sottogruppo può essere qualificato in base all’età, al genere, al lavoro, alla storia familiare, anche se gli individui appartenenti a tale sottogruppo sono assolutamente sani. In un ambito più strettamente legato all’area della dipendenza alcuni esempi possono essere: l’abuso di sostanze stupefacenti nell’ambito familiare o il contatto precoce con il sistema giudiziario.
  • Prevenzione indicata: rivolta a persone riconosciute individualmente come ad alto rischio per lo sviluppo di un disturbo che al momento sono assolutamente asintomatiche. Un esempio può essere rappresentato dai test per l’ipertensione.

Questa classificazione offre il vantaggio di proporre delle categorie ben definite senza sovrapposizioni con gli interventi terapeutici rivolti a soggetti.

Un elemento di grande interesse nella definizione della prevenzione è la precisazione del livello a cui si intende intervenire. E’ possibile distinguere un livello centrato sull’individuo e uno centrato sul contesto.

Nell’approccio individuale l’obiettivo è quello di indurre un cambiamento nel livello informativo, di conoscenza o di incrementare competenze ed abilità sociali direttamente con il soggetto. Nell’approccio rivolto al contesto, invece, l’intento è quello di agire sul soggetto modificando il suo ambiente circostante: la famiglia, il gruppo dei pari, la scuola, la comunità, cercano di influenzare il comportamento o il benessere degli individui indirettamente, manipolando l’ambiente all’interno del quale sono inseriti.

Questi interventi possono assumere varie forme a seconda del livello ambientale (micro o macro) coinvolto. Con azioni a micro-livello si intendono quei programmi che si pongono l’obiettivo di migliorare la qualità degli ambienti relazionali delle persone, non agendo però sul target ultimo dell’intervento, mentre gli interventi a macro-livello agiscono sull’ambiente inteso in senso più ampio, modificando alcuni aspetti dell’ambiente fisico.

Sviluppando l’idea di Durlak (1995) di combinare target e livello di intervento è stato costruito uno schema in grado di contemplare contemporaneamente i diversi livelli di intervento (individuale, micro-livello, macro-livello) e i target. “I differenti approcci non si escludono a vicenda e possono essere combinati, Ci sono, infatti, crescenti evidenze secondo cui i programmi con maggiori effetti a lungo termine sono quelli che intervengono a più livelli”.[Leone L., Celata C.]

Un approccio particolarmente efficace in campo preventivo è quello che promuove il potenziamento delle Life skills. Il termine “life skills” viene utilizzato per indicare alcune competenze psicosociali che consentono di affrontare efficacemente le situazioni della vita quotidiana. Le Life skills sono una serie di competenze che dovrebbero essere promosse e sviluppate nei bambini e nei giovani affinché siano fattori di protezione ai numerosi disagi che potrebbero dover affrontare.

Nel 1993 l’Oms definisce le skills come “l’insieme di abilità personali e relazionali che servono per governare i rapporti, permettono ai ragazzi di affrontare in modo efficace le esigenze della vita quotidiana, rapportandosi con fiducia a se stessi, agli altri e alla comunità”, abilità e competenze “che è necessario apprendere per mettersi in relazione con gli altri e per affrontare i problemi, le pressioni e gli stress della vita quotidiana. La mancanza di tali skills socio-emotive può causare, in particolare nei giovani, l’instaurarsi di comportamenti negativi e a rischio in risposta agli stress”[Ercoli L.]

«I programmi di life skills sono stati sperimentati positivamente in numerosi contesti e si sono dimostrati efficaci nel campo della prevenzione primaria: aiutando i bambini e gli adolescenti ad acquisire queste capacità li si attrezza a far fronte alle sfide della vita quotidiana e li si aiuta, partendo da queste abilità di base, a gestire il proprio benessere»[Marmocchi P., Dall’aglio C., Zannini M.]

Le life skills sono abilità di vita necessarie allo sviluppo delle competenze chiave di cittadinanza. Le competenze chiave di cittadinanza sono quelle competenze minime, al di sotto delle quali la persona fa fatica ad inserirsi positivamente nel contesto sociale. E’ chiaro quindi quanto sia utile lo sviluppo di queste competenze, perché esse si trasformino in veri e propri fattori di protezione.

I comportamenti sono il risultato di una complessa interazione tra elementi individuali, sociali e ambientali. Nonostante ciò l’individuo ha un ruolo centrale nella regolazione di tali elementi e quindi il focus dei programmi di life skills è centrato sul potenziamento di abilità personali.

Un buon livello di acquisizione di life skills, contribuendo alla costruzione del senso di autoefficacia, gioca un ruolo importante nello sviluppo dell’individuo, nella tutela della salute, nella motivazione a prendersi cura di se stessi e degli altri. Tali abilità possono essere insegnate ai giovani attraverso l’apprendimento, adattandole al contesto socio culturale di appartenenza. I programmi life skills si sono dimostrati efficaci nel campo della prevenzione primaria: aiutando i bambini e gli adolescenti ad acquisire queste capacità li si attrezza a far fronte alle sfide della vita quotidiana e li si aiuta, partendo da queste abilità di base, a gestire il proprio benessere. I progetti basati sulla life skills education, quindi, possono rispondere all’esigenza sempre più diffusa in diversi contesti sociali e culturali di reperire strumenti e modalità educative che possano aiutare i giovani a far fronte a questa complessità, prevenendo così quei fenomeni di malessere e di difficoltà relazionali significativi e diffusi.

Tutto il lavoro che ho svolto con l’Associazione Ala Milano Onlus si è focalizzato sulla costruzione di progetti sullo sviluppo delle life skills come base per una prevenzione efficace.

I percorsi di prevenzione, però, non sono e non devono essere solo rivolti ai bambini o agli adolescenti ma anche ai genitori e agli insegnanti perché per rendere più efficace la prevenzione è necessario che i soggetti coinvolti siano tutti target di intervento.

Per il professionista che opera in questo campo è fondamentale prendere consapevolezza, anche come cittadino, di quanto sia fondamentale valorizzare la dimensione preventiva dell’educazione, all’interno di situazioni di quotidianità e normalità.

L’azione preventiva è pienamente un’azione educativa.

Al contrario è ancora endemica l’idea che l’azione a breve termine, perché più immediata, sia un utile palliativo e che alla fine l’azione preventiva non possa dare gli stessi risultati. Attraverso quelle attività che tendono a ridurre i rischi di un possibile incontro con il malessere e con il disagio si opera proprio in ottica educativa.

L’intervento di prevenzione suggerisce modelli culturali di salute/malattia e di normalità/devianza, che rappresentano il quadro di riferimento per l’individuo. La prevenzione intende promuovere l’assunzione di comportamenti e stili di vita più adeguati e salubri attraverso la promozione di alcuni schemi di riferimento, ritenuti più adeguati e socialmente più accettabili.

Il lavoro educativo, infatti, non deve necessariamente ed esclusivamente avere a che fare con il disagio e la sofferenza.

2 risposte su “L’Educatore Professionale in prevenzione”

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