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Memorandum per approcciarsi al meglio al mondo dell’autismo

2 aprile e poi?

È da poco passato il 2 aprile che è la Giornata Internazionale della consapevolezza sull’autismo, una giornata che è stata istituita nel 2007 dell’Assemblea Generale dell’ONU per porre uno sguardo sui diritti delle persone con autismo e delle loro famiglie.

Tradotto in altri termini: quanta strada c’è ancora da percorrere per far sì che gli interventi e i sostegni siano efficienti ed efficaci? Di strada se ne è sicuramente fatta molta rispetto a qualche anno fa; i progressi della ricerca hanno portato a criteri diagnostici sempre più specifici, che permettono di elaborare diagnosi precoci. La diagnosi precoce, a sua volta, garantisce un trattamento precoce, che limita – attraverso un insegnamento funzionale – i limiti relazionali e cognitivi.

Come e perchè

Purtroppo – però – sento e leggo spesso delle considerazioni che definire pressappochiste è un complimento. Per questo motivo ho deciso di stilare un breve memorandum rispetto a come credo sia necessario approcciarsi al lavoro con bambini e persone autistiche. Il memorandum ha il preciso intento di andare oltre quei pregiudizi che si creano per sentito dire, ma che non hanno fondamento di verità.

Ci tengo a precisare che la mia esperienza si basa principalmente nell’implementare interventi che si fondano sui principi dell’Analisi del Comportamento Applicata (di cui ho già parlato qui) e che la mia utenza è composta da bambini, per questo motivo parlerò di questi ultimi, semplicemente perché conosco meglio questa fascia d’età.

Altra precisazione necessaria riguarda il timbro utilizzato in questo articolo che è volutamente ironico e dissacrante, poiché ha come obiettivo quello di dare uno sguardo altro alla professione educativa in generale: attraverso l’ironia, infatti, si ridimensiona il peso del lavoro nel quotidiano e la stessa può diventare un’àncora di salvezza.

Il memorandum

OSSERVA. In linea generale il buon senso dovrebbe suggerire che fare la/lo splendida/o non è mai una buona scelta, ancor di più se si tratta di educazione e di autismo! Ogni persona è diversa e tutto ciò che gli è stato insegnato, con buona probabilità, gli è stato insegnato perché per quella persona aveva un senso e – soprattutto – per come è stato in grado di imparare. All’inizio dei nostri interventi è importante rimanere un passettino indietro, seguire quel che il bambino e gli adulti intorno a lui fanno (genitori, educatori, insegnanti…)

CHIEDI! Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Come ti ho scritto prima, osserva anche gli adulti intorno al bambino e se qualcosa non è chiaro chiedi delucidazioni a loro, perché avranno sicuramente un pezzettino di strada in più che tu non conosci. Nel domandare puoi trovare dei pezzettini di storia molto utili. Ti faccio un esempio, che racchiude l’importanza di questi primi due punti: per insegnare dei comportamenti complessi e con più passaggi (es. lavarsi le mani), in Analisi del Comportamento ci si affida alle Task List, ovvero una lista di tutti i sottocomportamenti che compongono il comportamento finale (per lavarmi le mani devo aprire l’acqua, prendere il sapone, strofinare le mani ecc ecc..). L’insegnamento dei sottocomportamenti a volte è molto lungo a causa dei deficit connessi alla diagnosi e lo stesso insegnamento è stato revisionato più volte per renderlo accessibile al bambino e permettergli di sapersi lavare le mani in autonomia in qualsiasi contesto. Quindi, se tu pensi che quella cosa potrebbe essere fatta in un altro modo, fermati! Magari si sta inconsapevolmente sabotando un pacchetto di insegnamento che è stato faticosamente insegnato ed imparato da quel bambino.

NON PARLA PERCHÉ È AUTISTICO. E mia nonna è una carriola perché ha le ruote. Avvisiamoci quando abbiamo finito con le conclusioni irrilevanti… parlando seriamente, alcuni bambini parlano, altri bambini comunicano in modo differente. La cosa fondamentale –  e che ha una rilevanza etica non indifferente – è fornire un sistema di comunicazione efficace! Pensiamo di andare in un paese straniero dove non capiamo e non riusciamo a chiedere niente, frustrante vero? Ecco, so che un sistema di comunicazione vocale è molto più accessibile e che è la speranza di ogni genitore, purtroppo però non sempre i bimbi arrivano a sviluppare il linguaggio, ed è nostro dovere trovare dei sistemi alternativi per sopperire a questo deficit.

GLI AUTISTICI HANNO TUTTI UNA PARTE GENIALE. Sì, ma anche no. Come me e te che stai leggendo. È vero che uno dei tratti caratteristici delle persone autistiche è di avere interessi o attività ristretti, ripetitivi per cui possono diventare esperti, ma questo non significa che ogni persona autistica è Rain Man.

AGLI AUTISTICI NON PIACE ESSERE TOCCATI O ABBRACCIATI. Ma non avevamo detto di smetterla con i luoghi comuni? Dipende…ci sono bambini che ricercano costantemente un contatto fisico, una carezza e così via e bambini a cui non piace. C’è sicuramente una fattore di sensibilità sensoriale, ma non significa che si debba trarre conclusioni affrettate basandosi su personali etichette.

HA COMPORTAMENTI PROBLEMA PERCHÈ È AUTISTICO. Adesso mi arrabbio sul serio! I comportamenti problema, ovvero quei comportamenti dannosi per l’individuo e che diventano una barriera per l’apprendimento, non fanno parte della diagnosi, ma sono piuttosto una conseguenza dei deficit dovuti alla diagnosi. È un punto di vista, quest’ultimo, che ribalta completamente i preconcetti che si hanno solitamente sulle persone con autismo. Non aspettarti che un bambino abbia comportamenti problematici, aspettati che impari ciò che può realmente imparare di utile!

Concludendo

Bene, spero sia stato utile leggere queste poche righe, ma ci tenevo ad andare un po’ oltre alla tendenza aprioristica di definire persone e situazioni. Esatto, persone. Forse partire dal presupposto che siamo tutti umani aiuta a non scadere nel superficiale, a maggior ragione se sei un professionista dell’educazione. Noi educatori, infatti sappiamo di essere perfettibili sempre, possiamo e dobbiamo migliorarci per garantire efficienza negli interventi. E le persone con cui lavoriamo hanno l’umano diritto a ricevere il miglior progetto educativo possibile.

“Se un bambino non impara dal modo con cui stiamo insegnando, dobbiamo trovare un modo migliore per insegnare (O.I. Lovaas)”

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